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Il diciannovenne Danny Bowman è uno dei primi casi conclamati di dipendenza da ‘selfie’, e la sua mania gli stava per costare la vita. Danny passava fino a 10 ore al giorno a scattarsi foto con l’iPhone, e ad un certo punto ha smesso di andare a scuola per avere più tempo per i selfie. Ha fatto di tutto per essere fotogenico, ma soprattutto ha resistito fino all’ultimo ai genitori che volevano aiutarlo. La ricerca della perfezione lo ha quasi ucciso. “Ero costantemente alla ricerca della foto perfetta, e quando mi sono reso conto che non esisteva, volevo morire. Ho perso i miei amici, la mia educazione, la salute, e quasi la mia vita. Tutto quello che mi interessava era di avere il telefono con me per soddisfare il mio bisogno di farmi una foto in ogni momento. Alla fine ho capito che non c’era modo di fare andare via quella ‘fame’ ed è stato lì che ho toccato il fondo”, racconta il ragazzo. Il dottor David Veal, che ora ha Danny in cura, lancia l’allarme sugli adolescenti: “Il caso di Danny è particolarmente grave, ma il problema è serio. Non è solo una questione di vanità”. La mania per i selfie sarebbe spesso infatti legata a quella che in psicologia si chiama dismorfofobia, la fobia che nasce da una visione distorta che si ha del proprio aspetto esteriore, causata da un’eccessiva preoccupazione della propria immagine corporea, che può causare stress emozionale e incapacità di instaurare relazioni normali. “La gente non si rende conto che quando posta una propria immagine su internet può finire fuori controllo. Ero entusiasta quando avevo commenti positivi, ma distrutto quando avevo qualche critica”, racconta Danny.